“La porta” e il diritto di non essere salvati.

SzaboLaporta
“La porta” è il primo libro di Magda Szabò che leggo e anche la mia prima recensione.

Non tutti i libri suggeriscono una riflessione su noi stessi. Almeno ciò accade per me. In questo caso, invece, la riflessione è stata innescata dentro di me insieme con il delinearsi dei personaggi, con lo scorrere della narrazione. Ma procediamo con ordine.

La storia è quella, in apparenza molto semplice e lineare, di una scrittrice e della sua quantomeno eccentrica “donna delle pulizie”, Emerenc Csabadul. Si tratta di due figure opposte, la donna intellettuale e quella concreta, il pensiero e l’azione; tra di esse lo scontro tra mondi, opinioni e scelte di vita che ciascuna rappresenta costituisce una costante, fino al momento in cui il meccanismo relazionale, rimasto inceppato per lungo tempo sul piano formale, comincia poco per volta a mettersi in moto.

Vediamo così svelarsi passo dopo passo, attraverso l’occhio critico della protagonista, l’identità della donna che svolge le mansioni in casa sua. Una personalità antica e segnata dallo scorrere degli anni, eppur instancabile, irrequieta, pregna di una saggezza contadina proveniente dalla terra che l’ha vista crescere, la stessa terra che senza sosta ella si occupa di spazzare durante la bella stagione e di sgravare dalla neve in quella invernale. Emerenc è ferma nelle sue idee e nelle sue opinioni, possiede una forza d’animo e uno spirito unici a tal punto da raccogliere attorno a sé uomini e animali, ugualmente incantati dall’essenza dell’energia vitale che la donna irradia, dalla sua incapacità di vacillare.

La descrizione dell’anziana che la scrittrice ci propone è ricca a tal punto di riferimenti tratti dalla mitologia e dalla cristianità da far sì che attorno al personaggio si formi l’aura d’immortalità che solitamente si attribuisce ai simboli, alle divinità, ai santi. Eppure la donna rinnega la fede cristiana, almeno formalmente, relegandola scetticamente a qualcosa di distante, inutile, inconcreto: nella realtà di tutti i giorni, al contempo, dimostra una bontà senza pari, degna della definizione “cristiana” perchè priva dell’esigenza di qualcosa in cambio di se stessa, desiderosa soltanto di potersi manifestare.

La situazione che la protagonista individua come “il crollo” si verificherà solo dopo che tra le due donne si sarà instaurato un rapporto di amore reciproco; un amore non comune, certo, e più ricco di incomprensioni e litigi che non di confidenze e affettuosità, ma sincero.

“Il crollo” sarà quello fisico dell’anziana, inaspettato e incomprensibile vista la salute impeccabile di colei che né il tempo né la fatica hanno fino ad allora trovato il modo di intaccare. Quando la donna si isola nella sua abitazione, la cui porta chiusa e invarcabile, diventa l’emblema della personalità ermetica della sua proprietaria, rifiuta cure e aiuti dai vicini, la protagonista deve prendere una decisione sul da farsi. Vista la sua vicinanza all’anziana le viene richiesto di compiere un gesto che, mediante un primo, temporaneo, tradimento dell’incontrastata fiducia di Emerenc nei suoi confronti, ha il fine di “fare l’interesse” di colei che respinge ogni tentativo di salvataggio.

Ed è a questo punto che forse si deve inserire la riflessione su noi stessi. Siamo davvero vicini alle persone che riteniamo importanti? Facciamo davvero ciò che esse, da noi, si aspettano? Ma soprattutto, abbiamo il diritto di decidere se debbano essere salvate, quando esplicitamente e con la massima lucidità ci viene da esse richiesto di non farlo?

Non è facile distinguere il confine tra amore per la persona che abbiamo di fronte e amore per ciò che essa rappresenta nella nostra vita, che poi è sovrapponibile al timore del vuoto che comporterebbe la sua perdita. Non è facile capire cosa sia giusto, non è nemmeno facile capire per chi sia realmente “giusto” ciò che noi riteniamo tale, ma soprattutto non è facile capire se, in alcune situazioni, “ciò che è giusto” è ciò che debba essere fatto. Non è facile ma forse è necessario.

Il libro di Magda Szabò sfiora tanti argomenti, partendo dalla situazione dell’Ungheria post-indipendenza passa attraverso considerazioni di carattere sociale, etico, religioso ed approda infine alla riflessione sul rapporto con l’altro che ho cercato di presentarvi per ciò che ha suscitato in me e forse in me soltanto; d’altronde ogni libro è un po’ come un profumo, su ciascuno assume una fragranza diversa.

In questo romanzo dunque, inutile dirlo, c’è più di quanto contenga questa recensione, che fa affiorare solo i percorsi che esso ha segnato nella mia coscienza.

Consiglio, a chiunque si regalerà il piacere di questa lettura, di riprendere, dopo averla conclusa, le prime pagine e di rileggerle con la consapevolezza della vicenda completa. Vi accorgerete che l’autrice ha lasciato che l’inizio rappresenti per la fine lo spiraglio aperto di una porta che lascerà siate voi stessi ad aprire.

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